E’ tempo di classici – Se questo è un uomo

Buongiorno Viaggiatori! 

Martedì, secondo giorno della settimana dedicata ai classici. Rispetto a ieri cambiamo completamente genere. Oggi parliamo di Primo Levi e del suo capolavoro Se questo è un uomo. 

Primo Levi scrisse questo saggio nel 1947 con lo scopo di testimoniare ciò che lui stesso ha vissuto all’interno del lager nazista più famoso di tutti i tempi, ovvero Auschwitz.

Fu catturato dalla milizia fascista alla fine del 1943. Essendo ebreo, oltre che partigiano, fu consegnato ai nazisti che lo portarono ad Auschwitz. Grazie alla sua laurea in chimica, poté guadagnare qualche anno di vita in più rispetto a molti suoi compagni, ma questo non gli risparmiò l’orrore, la violenza e la fatica della vita nel campo di concentramento.

Il saggio viene definito come un’analisi fondamentale della composizione e della storia del lager, dell’umiliazione, dell’offesa, della degradazione dell’uomo, prima ancora dello sterminio.

Emblematici sono i versi che aprono la narrazione:

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per un pezzo di pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

Il lettore viene immediatamente colpito ed è portato a riflettere sulla sua condizione, paragonandola all’incertezza che pervade queste poche parole.

Il libro è poi diviso in 16 capitoli che raccontano la storia dell’autore, dal momento della deportazione. Molti sono i riferimenti ad altre opere in particolare all’inferno dantesco descritto nella Divina Commedia. Il viaggio verso Auschwitz  può essere visto come il trasporto delle anime da traghettare verso l’inferno attraversando il fiume Acheronte,  dove, la parte di Caronte è affidata ad un soldato del campo.

Allo stesso modo, la scritta Arbeit macht frei posta all’ingresso del lager, ricorda in tutto e per tutto quella che si trovava all’ingresso del mondo dei dannati (Per me si va nella città dolente, per me si va ne l’etterno dolore, per me si va tra la perduta gente).

Altrettanto significativa è la descrizione che viene fatta dell’infermeria del campo, paragonata al limbo dantesco: un mondo neutrale in cui le anime stanno in attesa.

La caratteristica più importante di tutto il saggio è rappresentata dal fatto che l’autore non intende attribuire colpe ai nazisti per quanto successo. La sua intenzione è soltanto quella di raccontare gli avvenimenti in modo che vengano ricordati. Nonostante le tematiche, Levi riesce a mantenere un approccio razionale per tutta la narrazione, lasciando a chi legge la libertà di giudicare.

Il lettore, di conseguenza, si trova catapultato nella vicenda, è anch’esso protagonista: diventa un deportato, vive le stesse emozioni del protagonista ma, allo stesso tempo, è in grado di riflettere. La sensazione che ho provato io leggendo queste pagine era, al contempo, di vicinanza e di estraneità.

Per quanto mi riguarda, trovo che sia un capolavoro assoluto. Ovviamente, date le tematiche molto forti, non si può considerare una lettura di intrattenimento. E’ consigliato a tutti coloro che vogliono sapere qualcosa in più sul tema, attraverso una testimonianza reale. Non è l’unico libro che testimonia tali avvenimenti, ma sicuramente  è quello più autentico. L’unico che permette al lettore di riflettere davvero.

Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo. In un attimo, con intuizione quasi profetica, la realtà ci si è rivelata: siamo arrivati al fondo. Più giù di così non si può andare: condizione umana più misera non c’è, e non è pensabile. Nulla più è nostro: ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli; se parleremo, non ci ascolteranno, e se ci ascoltassero, non ci capirebbero. Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga.

 

Elaysa

E' tempo di classici

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Amante della lettura e di tutto ciò che riguarda questo mondo; lettrice appassionata o meglio dovrei dire... divoratrice di libri! Scrittrice amatoriale e sognatrice..

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