RECENSIONE – Urla nel silenzio

Buongiorno Viaggiatori!

Dopo tanto, tantissimo tempo finalmente ho terminato un libro e oggi sono qui per parlarvene.
Lo so, solitamente le recensioni cadevano di lunedì ma dato che non vedevo l’ora di dar voce ai miei pensieri riguardo una lettura, ho deciso di anticipare i tempi.

In questo giovedì di ottobre, vi dirò la mia sul romanzo thriller Urla nel silenzio di Angela Marsons, edito da Newton Compton Editori.
Pubblicato per la prima volta in Inghilterra nel 2015, si è imposto fin da subito nel panorama del genere diventando un vero e proprio caso editoriale.
Considerando le affermazioni scritte sulla copertina del libro, anche in Italia il romanzo ha avuto la stessa sorte. In effetti, ricordo di averlo visto spesso negli scaffali delle librerie e, cercando sul web, ho costatato che anche i lettori, ne sono rimasti parecchio entusiasti.
Da una parte li capisco.
Tuttavia, se qualcuno mi chiedesse una definizione per questo libro la mia risposta sarebbe una cosa di questo tipo: un buon finale non fa un buon libro.

Si, avete capito bene. Finale pazzesco ma per il resto niente di esaltante.
Credo di andare molto controcorrente con questa frase. Ho letto recensioni estremamente entusiaste che descrivevano il romanzo come un emozionante intrigo che tiene incollati alle pagine e lascia il lettore col fiato sospeso.
Purtroppo, per me non è stato lo stesso. Forse sono io che sono abituata ad un altro tipo di suspense; sono abituata a stare davvero col fiato sospeso, a sentire davvero la pressione dell’assassino, ad entrare davvero nella sua mente. Cosa che qui non è successa.

Ma facciamo un doveroso passo indietro.
Il romanzo è ambientato in Inghilterra, più precisamente nella Black Country, terra di origine dell’autrice stessa.
Il fulcro della vicenda è rappresentato da un vecchio orfanotrofio ormai in smantellamento. Un edificio ambiguo e tetro che, a mio parere, è più protagonista della protagonista stessa. Crestwood, questo il nome dell’orfanotrofio, diventa un personaggio reale, concreto, caratterizzato e descritto alla perfezione con i suoi ambienti oscuri e polverosi.
Scenario perfetto per una serie di omicidi commessi dieci anni prima.
Tre corpi vengono ritrovati in una fossa nei pressi dell’orfanotrofio. Tre ragazzine uccise in modo barbaro da qualcuno senza volto e senza identità.
Un assassino che oggi, a dieci anni di distanza, ha iniziato di nuovo la sua attività uccidendo, piano piano, tutti gli ex dipendenti dell’orfanotrofio. Indubbiamente qualcuno che vuole insabbiare i fatti. Oppure vendicarsi.
A capo dell’indagine c’è la detective Kim Stone che, insieme alla sua squadra, tenta di ricostruire il passato e il presente.
Passato che ovviamente ritorna prepotente e che, in un certo senso, ha a che fare anche con la stessa detective.

Cinque figure, disposte a pentacolo, erano radunate intorno a una montagnola di terra appena scavata: una tomba, ma lo sapevano soltanto loro.
Scavare nella terra gelata, attraverso gli strati di neve e ghiaccio era stato come tentare di incidere la pietra. Avevano fatto a turno, tutti quanti.
Avrebbero impiegato molto di più se avessero scavato una fossa delle dimensioni di un adulto.
La vanga era passata di mano in mano. Qualcuno aveva una presa incerta, esitante, qualcun altro più salda, ma nessuno si era tirato indietro. Non avevano pronunciato una sola parola.
Erano tutti ben consapevoli di quanto fosse innocente ,a vita che era andata perduta, ma avevano stretto un patto. E i loro segreti sarebbero stati sepolti.
Cinque teste si chinarono sul terriccio smosso: immaginarono il cadavere sottoterra, che cominciava già a ricoprirsi di un sottile strato di ghiaccio scintillante.
Quando i primi fiocchi di neve caddero sula tomba, provarono tutti un brivido.
Poi le cinque figure si dispersero, lasciando una serie di impronte a forma di stella sulla neve appena caduta.
Tutto era stato compiuto.

Queste sono le premesse di un ottimo romanzo, un thriller psicologico che si profila come un grande braccio di ferro tra passato e presente, tra vittime e assassino.
Una lotta continua che riapre vecchie ferite e rende instabili i personaggi, Kim in particolare.
Cosa c’è di sbagliato quindi? La discrepanza tra le aspettative del lettore e la realtà.
Tralasciando il fatto che, nel retro di copertina, si tessono le lodi di questo thriller etichettandolo come “un’opera prima straordinaria”, la trama e l’incipit suscitano nel lettore che si approccia alle pagine, una grande eccitazione che però si perde quasi immediatamente.
Infatti, l’impeto iniziale viene completamente distrutto dalla lentezza della narrazione. I dettagli relativi agli omicidi sono centellinati e si perdono tra le pagine del romanzo. Sembra non esserci continuità negli indizi che vengono forniti tanto sono distanti, al punto da sembrare insignificanti. Non è uno stile che amo dato che non permette alla mia curiosità di prendere il sopravvento.
I dettagli sfuggono al lettore come alla detective. Per la maggior parte del tempo, la squadra brancola nel buio e, anche quando sembra aver scoperto qualcosa di interessante, l’indizio rimane fine a sé stesso. Ad un certo punto del libro infatti, si intuisce qualcosa riguardo al colpevole ma non viene dato nessun seguito all’informazione che quindi viene annegata nel resto.
Viene quindi da chiedersi quali siano i dettagli veramente importanti ai fini dello scioglimento del caso?

I colpi di scena che mi sarei aspettata mancano totalmente. Ad eccezione di un momento davvero culminante a 60 pagine dalla fine.
Quindi si, arriva ma decisamente troppo tardi.
Le ultime pagine risvegliano i sensi del lettore e riaccendono la sua curiosità. Ansia e aspettativa salgono per arrivare poi al finale che è davvero coinvolgente e sconvolgente al tempo stesso.
Purtroppo però, il tutto risulta molto frettoloso come se ci fosse un’illuminazione piuttosto che un indizio chiave.
Il finale quindi appaga ma non posso dire lo stesso delle altre pagine. Troppo spesso mi sono sentita disorientata e lasciata un po’ a me stessa nel corso del romanzo. Avrei preferito che venissero forniti più indizi chiari e costruiti in maniera da condurre il lettore verso una pista possibile.
Questo non avviene anzi, al risvolto finale è affidata tutta la forza del libro ma non è sempre un bene. In questo caso particolare infatti, non c’è stata una graduale scoperta degli indizi che hanno portato alla risoluzione del caso. Gli stralci di informazione forniti nel corso del romanzo non sono stati sempre adeguati e, molto spesso, sembravano forzati. Di conseguenza, nel finale, il lettore è costretto a recuperare nei meandri della memoria tutte le informazioni precedenti e ricostruire quasi in autonomia le fila del discorso.
Un aspetto positivo riscontrato, e assolutamente non scontato, è che nonostante la frammentarietà del tutto, alla fine il puzzle viene ricostruito. L’intreccio è coerente, gli indizi portano a conclusioni concrete e plausibili.
La tensione e il ritmo si perdono nel corso del romanzo ma, sul finale, tutto torna.
Perché non fare qualcosa di più graduale?
Personalmente preferisco un libro che mi tenga incollata alle pagine dall’inizio alla fine e non solo nel finale perché, in questo modo, rischio di non arrivarci proprio alla fine.

In generale si tratta di un romanzo molto ben costruito, un intreccio notevole che coinvolge molti personaggi. Purtroppo la protagonista principale, ovvero la detective Stone, presenta qualche lacuna dal punto di vista della caratterizzazione. Si accenna ad un suo passato doloroso legato all’orfanotrofio, quindi una condizione di instabilità familiare che segnerebbe chiunque. Anche Kim ne rimane segnata ma non quanto mi sarei aspettata. La sua storia familiare viene accennata per tutto il romanzo e il lettore intuisce un passato traumatico che però viene spiegato frettolosamente e decisamente troppo tardi come se non avesse tutta questa importanza ai fini della vicenda. Allo stesso tempo, si delinea un personaggio dalla personalità forte che però non trova corrispondenza nella narrazione.

Molto apprezzati sono stati gli stralci raccontati in prima persona dall’assassino. Sono passaggi che risvegliano un po’ la curiosità e stimolano la logica del lettore che diventa, in questi momenti, un detective.

Per concludere, direi che per il momento non sono rimasta particolarmente colpita dall’autrice e dal suo stile. Il romanzo non mi ha del tutto convinta anche se ovviamente non lo considero un brutto libro.
Dato che si tratta del primo volume che ha come protagonista la detective Stone, vedrò se darle ancora un’altra possibilità leggendo anche il seguito ovvero Il gioco del male.

Valutazione: ⭐⭐⭐/5

Bene Viaggiatori, direi che per oggi è tutto. Ho cercato di motivare il più possibile la mia opinione riguardo questo thriller appena concluso.
Fatemi sapere se lo avete letto e se anche voi avete avuto la stessa impressione oppure se sono io una voce fuori dal coro.

Vi auguro una buona giornata ✨

A presto.

Elaysa

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