Il mio anno di riposo e oblio – RECENSIONE

Buon pomeriggio Viaggiatori!

Dopo una mattinata passata a scrivere la tesi, è arrivato il momento di dedicarmi a voi.
Sono mesi che non pubblico una recensione e direi che tempo ora di recuperare.
Approfittando di questa giornata particolarmente piena di ispirazione, ho deciso di non rimandare ulteriormente e di parlarvi dell’ultimo libro che ho letto nel 2020 ovvero Il mio anno di riposo e oblio di Ottessa Moshfegh (edito Feltrinelli).

Partiamo dal presupposto che si tratta un libro semplice soltanto all’apparenza.
Così come viene presentata nella quarta di copertina, la storia potrebbe sembrare lineare ma in realtà non è così. Ciò che sembra scontato diventa improvvisamente un intreccio di situazioni che risultano (volutamente) confuse.
La vicenda è narrata in prima persona dalla protagonista e, indubbiamente, questa scelta stilistica accentua il coinvolgimento del lettore nella vita della ragazza, nel bene e nel male.

Fin dalle prime pagine ci ritroviamo catapultati nella Manhattan dei primi anni Duemila, un ambiente in cui è normale voler diventare o essere qualcuno.
Anche la nostra protagonista è succube di questo sistema moderno che vuole a tutti i costi la perfezione e allontana i problemi.
Infatti, nonostante sia carina, magra, giovane e laureata alla Columbia, la protagonista, di cui ovviamente non conosciamo il nome, sente un vuoto dentro di sé causato da traumi passati che ci verranno svelati nel corso del libro.
Per questo motivo, la ragazza decide di isolarsi dal mondo esterno, chiudersi in appartamento e imbottirsi di farmaci per iniziare quella che lei chiama ibernazione.

Una decisione che rappresenta una rottura col mondo circostante, una passività che non è ammessa in una città vitale come Manhattan e in un periodo storico di grande cambiamento e fermento come quello che fa da quadro alla narrazione.
Nonostante questo, la protagonista ha fatto la sua scelta: contatta una psichiatra di dubbia moralità e si fa aiutare descrivendo una situazione drammatica per cui ha bisogno di farmaci, antidepressivi, sonniferi che la condurranno, passo dopo passo, al suo riposo.
L’obiettivo della protagonista infatti è dormire, tanto profondamente da non vivere più nel presente.

Ciò che viene fuori da questo tentativo è una dipendenza da farmaci, incoraggiata dalla psichiatra, che non fa altro che far peggiorare la situazione.
Col passare delle pagine, la protagonista diventerà sempre meno presente a sé stessa, sempre più confusa e assolutamente non in grado di affrontare la quotidianità.
Tra flashback e salti temporali vari, veniamo avvolti nel vortice mentale della protagonista, senza peraltro riuscire a distinguere ciò che è reale e ciò che invece è fantasia.
Tutto è concreto ma allo stesso tempo fumoso, evanescente e il lettore si ritrova a chiedersi che cosa è davvero successo di quanto viene narrato.
Che cosa appartiene alla vita vera e cosa invece all’immaginazione, all’allucinazione dovuta ad un eccesso di farmaci?

L’elemento indubbiamente reale è Reva, l’unica amica della protagonista che inizialmente tenta di salvarla da questo oblio.
Esattamente come la protagonista, anche Reva è un personaggio emblematico del romanzo.
Non viene mai descritta davvero ma, con un po’ di immaginazione, possiamo intuirne le forme e il carattere, il modo di fare.
Per quanto mi riguarda, l’autrice è riuscita perfettamente a farci percepire la presenza di questa amica, una presenza opprimente, pressante e asfissiante ma necessaria.

Reva, col suo carattere esplosivo e imprevedibile fa da contraltare alla condizione vissuta dalla protagonista. Ne deriva un’immagine chiara e definita di un disturbo mentale che, altrimenti sarebbe stato soltanto appena percepito.
Reva è esattamente l’opposto della protagonista e proprio per questo rende più vera la protagonista stessa. Allo stesso modo, il loro rapporto di odio e amore permette alla protagonista di diventare più concreta.
Reva è tutto ciò che lei non vorrebbe essere.
E’ insopportabile e confortante allo stesso tempo.
E’ dolore ma è anche medicina.
Reva rappresenta il mondo reale, fatto di emozioni e pulsioni vitali da cui la protagonista sta cercando di fuggire.

In conclusione, avrete capito che le tematiche chiave di questo romanzo ruotano tutte attorno all’accettazione di sé stessi e di un vissuto che talvolta può essere traumatico.
Anche se apparentemente leggero, il libro è molto profondo e pieno di spunti di riflessione.
Niente è come sembra, questo sembra volerci suggerire l’autrice con queste pagine. Una ragazza bella e benestante non deve per forza essere felice.
I beni materiali non fanno la felicità e avere un lavoro non significa per forza essere realizzati e soddisfatti.
Spesso le persone nascondono demoni con i quali i trovano a dover lottare.
La conseguenza sono i disturbi mentali e l’impossibilità di reagire ciò che ci circonda.
Ecco che l’unica soluzione sembra essere l’oblio dovuto all’eccesso di farmaci, ci mette in guardia l’autrice.

E’ stato il mio primo approccio con l’autrice ed è stato una piacevole sorpresa.
Ciò che mi ha colpito maggiormente è stato il suo stile di scrittura e l’ironia con cui ha affrontato determinate tematiche.
Infatti, nonostante la serietà dei temi, la Moshfegh è riuscita a strapparmi qualche sorriso. La freschezza del tono della narrazione è qualcosa di unico, davvero.
Le pagine scorrono, con leggerezza senza però scadere nella superficialità.
Percorrendo queste pagine, il lettore vivrà un’esperienza sopra le righe, diventerà un tutt’uno con la protagonista e riuscirà addirittura a sentire lo stesso vuoto.

Insomma, avrete capito che il libro mi è piaciuto. Ho apprezzato molto la trama originale e il suo sviluppo.
Non grido al capolavoro ma sicuramente è un romanzo che si è meritato il successo che ha avuto.

⭐⭐⭐⭐/5

Elaysa

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