Ehi tu, leggi l’incipit! 📖

Buon pomeriggio Viaggiatori!

Venerdì sera ho iniziato la seconda lettura di questo 2021.
Finalmente è arrivato il momento di affrontare lui, il saggio di Élise Thiébaut sul tema delle mestruazioni.

Sono tantissimi i tabù che ruotano, ancora oggi, attorno ad un fenomeno del tutto naturale come il ciclo mestruale. La tematica imbarazza molte, troppe persone, spesso anche le donne.
Già, le stesse donne che si vergognano di nominare le loro mestruazioni. Incredibile, no? Eppure succede.

Siamo considerati uno dei paesi più sviluppati, eppure consideriamo le mestruazioni qualcosa di cui vergognarsi, qualcosa da nascondere.
Abbiamo bisogno di più libri di questo tipo per sfatare tutti i miti sul ciclo mestruale e abbattere i tabù.

Titolo: Questo è il mio sangue.
Manifesto contro il tabù delle mestruazioni

Autore: Élise Thiébaut
Tratto da: Introduzione


Senza tabù (né fanfare).

Come miliardi di donne da che mondo è mondo ho avuto le «regole», come continuiamo a chiamarle noi francesi, cioè le mestruazioni, ogni mese per quasi quarant’anni. Vale a dire, tra aprile 1975 e febbraio 2015, esclusi il periodo della gravidanza e i traccheggi della premenopausa, più o meno quattrocento cicli. Ovvero circa 2400 giorni caratterizzati dalla perdita di quello che viene chiamato sangue mestruale: un segno di ovulazione, e quindi di fertilità. In confronto, durante la sua esistenza la donna del Medioevo, in Europa, ovulava in media solo un centinaio di volte. Il resto del tempo era incinta, o allattava, o era morta. Nel Settecento la donna che era riuscita a sopravvivere all’infanzia aveva una speranza di vita di ventotto anni e, con un tasso di mortalità materna dell’1,2%, rischiava di morire di parto mille volte di più rispetto a oggi.
La mia vita di donna mestruata è stata molto più facile che se fossi vissuta nel Medioevo o nel XVIII secolo. Ma anche se dal 1975 le cose sono cambiate, il tabù resta così forte che quando menziono il tema di questo libro la gente intorno a me fa una faccia strana: «Il ciclo? Ma quale ciclo?» Una donna mi ha persino chiesto se avrei parlato delle mestruazioni femminili, prima di correggersi: «Ehm, voglio dire le nostre cose, insomma». In genere, non appena capiscono che non si tratta del ciclo economico o del ciclo del carbonio, i miei interlocutori vogliono sapere che cosa abbia di così interessante questo argomento da dovergli dedicare addirittura un intero libro. «In fin dei conti che c’è di più naturale?» mi ha detto una zia, confessando di non essersi mai fatta domande su quel sangue che perdeva ogni mese. Altre donne, invece, mi prendono da parte per parlarmi dei loro dolori mestruali, di sindrome premestruale o di endometriosi, come se il flusso a lungo tenuto a freno tracimasse. Al di là delle situazioni personali tornano sempre le stesse domande: in testa ai loro interrogativi figura «perché si chiamano così?», alla pari con «come facevano le donne, prima?» e «come fanno nei paesi dove non sono disponibili gli assorbenti?»

Elaysa

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