Banana Yoshimoto, Un viaggio chiamato vita – RECENSIONE

7 luglio, ore 1.45.
Approfitto di questa ennesima notte insonne per preparare qualche contenuto da pubblicare nei prossimi giorni.
Intorno a me solo il buio; nelle orecchie un po’ di rumore bianco, adatto a distendere i nervi, per quanto possibile.

Mi lascio trasportare dalla musica e decido che è il momento giusto per parlarvi meglio di una delle letture più piacevoli dell’ultimo periodo: Un viaggio chiamato vita di Banana Yoshimoto.

Se mi seguite da un po’, sapete che è diventata una delle mie autrici preferite, per le emozioni che riesce a trasmettermi attraverso le parole messe nero su bianco; la sua scrittura ha un potere immenso su di me; il suo stile, apparentemente semplice, sa arrivare dritto al cuore e inondarlo di belle sensazioni.

Un viaggio chiamato vita non fa eccezione.
Pubblicato nel 2010, il libro si propone come una raccolta di frammenti di memoria che giacciono lì, sedimentati, e che l’autrice riporta a galla attraverso associazioni mentali che soltanto la vita vissuta può far emergere.

Come in ogni suo libro, a fare da padrone è il paesaggio e, più in generale, la natura con i suoi alberi, i suoi prati verdi, le stagioni, i fiori e i corsi d’acqua che caratterizzano il suolo giapponese ma non solo. Qui infatti, Banana Yoshimoto, molto spesso racconta aneddoti autobiografici che hanno avuto luogo all’estero, in occasione dei suoi viaggi.
Pagina dopo pagina, la vita, essa stessa, diventa un viaggio colmo di ricordi per i quali vale la pena continuare a vivere.

Quando moriamo, non possiamo portare niente con noi, né il denaro, né la casa, né l’auto, né la persona amata, né la nostra famiglia. […] Quello che possiamo portare, invece, sono i ricordi, tanti da non poterli tenere tutti. Sicuramente ci saranno anche brutti ricordi. Però forse, quando moriamo, anche quelli si trasformano in bei ricordi. E, mi domando, accumulare bei ricordi, non è forse la sola cosa che possiamo fare nella vita?

La narrazione non è assolutamente lineare ma, non per questo, difficile da seguire. Anzi, i capitoli sono molto brevi e il lettore si trova trascinato dal movimento creato da questo schema così particolare che altro non è che un flusso di coscienza e di memoria.

E’ stata una lettura piacevole, dolce e malinconica al tempo stesso.
Le descrizioni evocative dei paesaggi orientali (ma non solo) mi hanno fatta viaggiare con la mente, lontano da me e dal tempo presente.
L’atmosfera, a tratti rarefatta, quasi onirica, ha contribuito a farmi percepire per tutta la lettura un calore che difficilmente sento leggendo un libro.
Inoltre, l’emotività e la dolcezza dei sentimenti che vengono messi sul piatto in questo racconto mi hanno fatta sentire protetta e coccolata.

Vi consiglio caldamente Un viaggio chiamato vita se state attraversando un periodo difficile e volete leggere qualcosa che vi faccia sentire a casa e, al contempo, vi permetta di vagare con la mente e distaccarvi da ciò che vi circonda.

Ovviamente non c’è una vera e propria trama ma sono sicura che ognuno di voi leggendo questo libro potrà trovarvi un insegnamento o magari, più semplicemente, una frase che avrà il potere di cambiare il vostro modo di vedere una particolare situazione. Almeno per me è stato così e ho apprezzato queste pagine soprattutto per questo motivo.

Il profilo della montagna era completamente ricoperto da un verde fitto, e le fronde come nuvole brillavano di mille sfumature diverse.
E in mezzo scorreva un fiume di acqua cristallina.
I cespugli di menta sulle sponde del fiume erano di un verde ancora differente.
Con l’azzurro del cielo come sfondo, quello spettacolo continuava all’infinito.
[…]
L’aria è sempre pregna del profumo delle foglie. Completamente immersi nel verde, gli uomini, minuscoli, camminano sulla terra e con umiltà ne ricevono i doni.

Elisa

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