Maura Gancitano, Specchio delle mie brame. La prigione della bellezza – RECENSIONE

La bellezza oggi è qualcosa di ben preciso a cui adeguarsi: un certo modo di vestire, di mangiare, di parlare, di camminare. Non si tratta di una questione puramente estetica, ma di una tecnica politica di esercizio di potere. In altre parole, una gabbia dorata in cui non ci rendiamo conto di essere rinchiusi.

Buongiorno Viaggiatori!

A luglio, finalmente, sono riuscita a recuperare il saggio Specchio delle mie brame. La prigione della bellezza di Maura Gancitano di cui ho sentito parlare in lungo e in largo fin dal momento della sua uscita a maggio di quest’anno.

Il saggio analizza, in chiave storica e sociologica, il cosiddetto culto del bello, uno dei principi fondanti delle società, fin dal mondo antico.
A dispetto del titolo però, non si parla soltanto della bellezza in quanto tale; partendo dal racconto sulla nascita del “mito della bellezza”, Maura Gancitano si lancia progressivamente in una critica alla società contemporanea con le sue tante contraddizioni e poche virtù.

Il punto di partenza della disamina infatti risiede nell’impostazione della struttura sociale basata, come sappiamo, sui ruoli di genere e, più precisamente, sull’opposizione uomo/donna che caratterizza tutte le sfere della società odierna e che, inevitabilmente, condiziona anche i nostri atteggiamenti e le nostre convinzioni.

Il discorso viene poi ampliato con una riflessione sui cambiamenti affrontati dalla società nel corso dei secoli, in particolare con l’avvento del capitalismo e, successivamente, della tecnologia; due avvenimenti questi che hanno avuto una forte ripercussione sugli ideali alla base della società e sulla percezione del ruolo che abbiamo, o potremmo avere, all’interno di essa.

Si parla di corpi, di donne, di femminilità, misure, bellezza, decoro, sguardo.
In una parola, si parla di potere.

Il mito della bellezza non riguarda solo il viso e le misure del corpo femminile, ma anche i rapporti di potere nella società, nelle famiglie, nel mondo del lavoro, tra i generi. Alla luce di quanto abbiamo detto, è chiaro allora perché il mito della bellezza si diffuse quando le donne acquisirono più libertà, minacciando di destabilizzare l’ordine socioeconomico e una cultura dominata dall’uomo.

La contemporaneità in cui viviamo risulta quindi definita come una cultura capitalistica dominata dall’uomo a cui dobbiamo assolutamente adeguarci, pena l’esclusione, il giudizio e l’oppressione. Questo riguarda soprattutto il genere femminile, oggetto degli sguardi e dei giudizi altrui, qualsiasi sia la loro posizione.

Non è mai facile parlare di testi che attingono da assunti filosofici e sociologici così tanto radicati nella nostra cultura e ne discutono in chiave contemporanea.
Ho letto opinioni molto contrastanti su questo saggio e, piano piano, ho iniziato ad elaborarne una mia, prendendo in considerazione soprattutto la mia esperienza, il mio essere donna e il rapporto col mio corpo.

Indubbiamente è un testo che divide: sono convinta infatti che, non tutte le donne siano riuscite ad identificarsi nelle situazioni che vengono raccontate in queste pagine. Ad esempio, una donna oggi matura, che ha vissuto un’epoca diversa, in cui i social non esistevano ancora, difficilmente si sarà sentita toccata dalla narrazione sul bombardamento psicologico e sullo sguardo giudicante che derivano dal loro utilizzo, come invece succede alle adolescenti oggi, con tutti i risvolti negativi che ne conseguono.

Ciò di cui sono sicura invece è che certe abitudini sono dure a morire come quella di giudicare la donna per la sua forma, il suo corpo, il suo peso e non per la sua sostanza; così come l’abitudine di oggettivare il corpo femminile, vederlo come un oggetto e mai come soggetto all’interno della società.

Di conseguenza, questa oggettivazione imposta sul corpo della donna, lo sguardo che la società tutta che rivolge alle sue imperfezioni, giudicandole, fa in modo che la donna stessa si guardi allo specchio con occhio critico, come se fosse esterna a sé stessa, costantemente alla ricerca del difetto. Ci sorprendiamo davanti allo specchio, intente ad osservare e puntare il dito contro l’immagine che vediamo riflessa perché “avremmo potuto fare di più” e “prenderci più cura di noi stesse”.

 La donna è solo l’Altro rispetto all’uomo, ma si percepisce come Altro rispetto a sé.

Partendo proprio da questo sguardo inquisitore verso noi stesse, Maura Gancitano ci spiega il motivo per cui non dovremmo colpevolizzarci; l’autrice ci mette difronte tutte le falle della nostra cara società capitalistica che, come ci dice la filosofa, fa leva sulla nostra insoddisfazione per aumentare il senso di inadeguatezza, in un circolo vizioso senza fine.
Inoltre, molto spesso, parlando di corpo femminile, si fa riferimento al principio della performance facendo passare il messaggio che un corpo magro, oltre che essere bello, è anche performante.
Ecco quindi che si ritorna sempre al punto di partenza: la bellezza oggi è concepita come una costrizione, qualcosa che opprime le donne anziché farle sentire adeguate.

Del resto, il sistema si basa sempre sulla tua insoddisfazione, perché una volta che le occhiaie sono diventa il tuo pensiero, il tuo pensiero diventa una fissazione, un cruccio a cui torni più volte al giorno, per cui cerchi rimedi in modo costante. La religione della bellezza si basa sul riconoscimento del tuo senso di insoddisfazione, sull’illusione di poterlo risolvere, ma in realtà alimenta la frustrazione che provi nel non esserci riuscita, e quindi il desiderio di trovare altri modi, altri prodotti, altri trattamenti.

Se avete letto altri titoli sul tema, sono sicura che molte delle informazioni contenute in questo libro non vi suoneranno nuove e anzi, magari le considererete l’ennesima predica; tuttavia credo sia importante, al giorno d’oggi, parlare, scrivere (e leggere) di questi temi, analizzarli dal punto di vista sociologico e psicologico in quanto ci sarà sempre una nuova adolescente o giovane donna che, condizionata dalla società contemporanea, si guarderà allo specchio pensando di essere brutta, inadeguata e grassa. Testi di questo genere devono essere un promemoria per i lettori, presenti e futuri, di ciò che significa vivere in una società industrializzata e consumista.

I meccanismi che vengono esposti in queste pagine, non sono nuovi a nessuno di noi: tutti li conosciamo almeno sulla carta, comuni al punto da averli interiorizzati senza averne davvero consapevolezza e senza, il più delle volte, renderci conto delle conseguenze profonde che alcuni di questi ideali hanno sulle nostre vite quotidiane.
Insomma, ciò che ci vuole dire l’autrice è che viviamo in una prigione che ci propone costantemente la chiave della gabbia colpevolizzandoci, allo stesso tempo, per non essere noi stessi una chiave.

Il saggio risulta davvero ben scritto, le idee di fondo sono esposte in maniera chiara, comprensibile e dettagliata.
Tuttavia, ho trovato alcuni di questi concetti espressi in maniera troppo estrema e non sono riuscita a identificarmi con tutto ciò che viene analizzato.
Tuttavia, è stata una lettura molto interessante della quale ho apprezzato gli spunti di riflessione e, più in generale, l’obiettivo finale della Gancitano ovvero quello di farci acquisire consapevolezza riguardo determinati costrutti sociali al fine di essere, finalmente, parti attive.

Ho apprezzato particolarmente la ricchezza della bibliografia sulla quale l’autrice fa affidamento a sostegno di ciò che sta argomentando. Un apparato critico solido e affidabile nel quale ho ritrovato anche alcuni dei saggi critici che l’anno scorso avevo utilizzato per la stesura della mia tesi magistrale che trattava proprio il tema della condizione della donna.
Ovviamente, un saggio chiama altri saggi e la voglia di leggere qualcos’altro dell’autrice è aumentata esponenzialmente dopo aver letto Specchio delle mie brame.
Non potevo perdermi l’occasione per approfondire ulteriormente queste tematiche leggendo atri testi presenti nella bibliografia. In particolare ho già letto Il corpo elettrico di Jennifer Guerra (incipit qui).

⭐⭐⭐⭐⭐/5

Elisa

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